Si è svolto ieri mattina fuori l’Ospedale San Giovanni Bosco di Napoli, il presidio organizzato da ATN-Associazione Transessuale Napoli e Arcigay Napoli (a cui erano presenti anche esponenti di Arcilesbica Napoli, Arcigay Vesuvio Rainbow, Coordinamento Campania Rainbow, I'm gay any problem?, Arciragazzi Portici, Associazione Radicale Napoli E. Rossi) per esprimere solidarietà a Nunzia – la trans che nei giorni scorsi, dopo essere stata ricoverata presso l’ospedale, ha deciso di rinunciare alle cure pur di non essere offesa e derisa dagli operatori sanitari – e per ricordare in maniera congiunta che essere trans non deve significare “suicidio sociale” e chiedendo formazione specifica per gli operatori sanitari

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I rappresentanti delle due associazioni insieme al Consigliere regionale Francesco Borrelli hanno poi incontrato il direttore sanitario del presidio ospedaliero Vito Rago che ha negato qualsiasi possibilità che il suo personale sanitario avesse potuto commettere un tale abuso, ritenendo probabile che le durissime parole discriminatorie siano potute partire da pazienti e ha lamentato l’assenza di qualsiasi tipo di formazione del personale sanitario sulle tematiche che riguardano le persone LGBT.

Le associazioni – che nel frattempo si riservano di procedere per vie sanzionatorie – restano in attesa dei risultati di una verifica interna che possa assicurare giusti provvedimenti e un’adeguata formazione a favore di un’etica deontologica corretta quale deve essere obbligatoriamente quella che concerne la sanità anche perché, come è stato fatto presente al direttore sanitario, due anni fa proprio nello stesso presidio venne a verificarsi un altro grave atto transfobico.

“Sono ancora poche – dichiara Daniela Lourdes Falanga, responsabile per le politiche trans di Arcigay Napoli – le persone trans che denunciano le violenze subite di qualsiasi genere. Spesso accade perché la discriminazione crea traumi, solitudine, vergogna, e spesso chi denuncia, lo fa perché vicino alle associazioni LGBT. Capisco che non è facile mettere in discussione se stessi attraverso un tipo di ribellione legale e mediatica, ma se non ci mettiamo la faccia, se non capiamo che la dignità lesa è di chi offende e non di chi riceve danno, non riusciremo mai a cambiata la cultura di un'Italia stigmatizzante e colpevole”

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